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Processo in Vaticano, Legali all’assalto

 

Come assai spesso accade, accuse roboanti si ridimensionano fortemente man mano che si sviluppa un processo. Il caso in Vaticano che vede quale principale imputato nientemeno che un Cardinale di Santa Romana Chiesa, Angelo Becciu, non fa eccezione, al punto che Cataldo Intrieri che difende un ex impiegato dell’ufficio amministrativo della Segreteria di Stato, Fabrizio Tirabassi, facendo eco ad altri colleghi, intervenuti prima e dopo di lui, è arrivato a parlare in arringa di «processo profondamente morale», proprio per sottolineare che rispetto ai profili penali vi sia molta poca sostanza.

Dal processo, sostanzialmente a porte chiuse, giungono notizie che forniscono un quadro profondamente diverso da quello dell’accusa, tanto che sempre l’avvocato Intrieri ha avuto modo di evidenziare: «Un investimento sbagliato non è un illecito». Il legale ha poi altresì denunciato in aula che il rischio è che si creino veri e propri capri espiatori, in primis il Sostituto alla Segreteria di Stato, quell’Angelo Becciu i cui legali, Maria Concetta Marzo e Fabio Viglione, hanno smentito categoricamente ogni accusa, sottolineando come il quadro probatorio sia stato «inquinato» da figure estranee al caso giudiziario, come emerso a dibattimento attraverso diverse testimonianze. Durante il processo, i due avvocati hanno ricostruito come l’allora Sostituto alla Segreteria di Stato operasse «nel rispetto della Costituzione Apostolica e di tutte le norme e assumendo delle scelte in armonia sia con le valutazioni che gli giungevano dall’ufficio amministrativo» del Vaticano «sia con i vertici della S. Sede».

Nelle oltre sei ore di arringa, i legali Marzo e Viglione hanno voluto sottolineare che “neanche un centesimo è finito nelle tasche del Cardinale. Secondo l’accusa il cardinale avrebbe violato consapevolmente la legge, ma senza alcun personale ritorno economico, senza nessuna appropriazione, né alcun vantaggio. Già sul piano della logica e del buon senso più elementare è un’accusa stravagante. Tutta l’accusa è stata sconfessata dal dibattimento. Il Promotore, per continuare a sostenerla ha dovuto inevitabilmente abbandonare la prova dei fatti inseguendo suggestioni, insinuazioni, virando su vicende estranee alle accuse e su giudizi morali (peraltro forniti in assenza di prove). Sempre con un tic metodologico: la rimozione delle prove sgradite. Il dibattimento – spiegano i legali – ha dimostrato che l’accusa è prigioniera di un teorema e che un innesco inquinato ha portato al forzato coinvolgimento del Cardinale Becciu. Insomma, è caduto il “velo di Maya”: sono state dimostrate le imbeccate, i suggerimenti e le interferenze subite da Monsignor Perlasca che, anziché chiarire la propria posizione, ha parlato d’altro, investendo il Cardinale Becciu di una serie di illazioni, sospetti e maldicenze”.

“In questo modo – proseguono Marzo e Viglione – da una indagine su una “notizia di reato”, quella relativa agli investimenti, siamo passati a una indagine sulla persona del Cardinale Angelo Becciu. Una costruzione lenta di una accusa sganciata dalle indagini e ancor più da quanto è emerso in dibattimento”.

Non dimentichiamo il controesame di Mons. Perlasca, che prima non ricordava chi lo avesse aiutato nella redazione delle domande del suo memoriale, spiegando di averlo scritto da solo, poi chiedeva un po’ di tempo per ricordare, poi qualche giorno per ritornare, infine, rivelando la storia di un finto magistrato che tramite l’amica Ciferri gli avrebbe fatto giungere i temi da affrontare. Approfittando della fragilità di Mons. Perlasca è stata realizzata una operazione di mostrificazione dopo la quale non è stato difficile considerare Becciu colpevole a prescindere. Il memoriale di Perlasca, che avrebbe dovuto rappresentare la rivisitazione critica delle sue condotte, è solo un cavallo di Troia per introdurre accuse nei confronti del Cardinale Becciu, che il dibattimento ha completamente smentito”.

In sintesi, gli avvocati hanno trattato specificamente ogni singola accusa, seguendo i capi di imputazione dei tre “filoni” del processo. Per quanto riguarda la vicenda relativa all’operazione umanitaria della suora rapita in Mali, sia i messaggi acquisiti che le testimonianze (in particolare quella del Sostituto della Segreteria di Stato, successore del Cardinale Becciu) hanno ampiamente dimostrato quale fosse la finalità dell’impiego di denaro. In relazione agli investimenti, si è evidenziato che non ci fu alcuna violazione di legge e che, in ogni caso, i competenti uffici tecnici scrutinarono positivamente tutte le proposte sottoponendole al Cardinale per una sostanziale ratifica della decisione. E comunque è stato pienamente dimostrato che nemmeno un euro dell’Obolo di San Pietro è stato utilizzato per l’investimento contestato. Quanto poi alla vicenda dei contributi alla Caritas di Ozieri, è stato documentato l’impiego delle somme per l’acquisto di un macchinario funzionale al ripristino del panificio colpito da un incendio e per finanziare una parte del più ampio progetto relativo alla costruzione di un centro di accoglienza, la “Cittadella della Carità”, fortemente voluto dal Vescovo di Ozieri. Si è poi dimostrato che neanche un centesimo è stato indebitamente utilizzato dal fratello del Cardinale Becciu nell’ambito del proprio impegno sociale, vissuto quotidianamente quale membro Caritas e rappresentante della cooperativa sociale.

Luigi Panella, legale di un altro imputato, Enrico Crasso, ha per parte sua cercato di confutare la qualifica per il suo assitito di «pubblico ufficiale», attribuita in quanto consulente della Segreteria di Stato nella gestione del patrimonio e degli investimenti, dal momento che non c’è mai stato un vero mandato, ma soprattutto perché Crasso veniva pagato non dalla Santa Sede ma dalle società che lo incaricavano di gestire il «cliente Segreteria di Stato», in particolare il Credit Suisse.

Ripercorrendo poi le vicende che lo coinvolgono, a partire dall’ingresso della Segreteria di Stato nel Fondo Athena di Raffaele Mincione, prima per l’ipotesi di sfruttamento petrolifero in Angola, poi per l’acquisto del palazzo di Sloane Avenue a Londra, Panella ha contestato che Crasso sapesse effettivamente di questioni attribuitegli poi nei capi d’accusa, negandone soprattutto le prove. Il legale sostiene ancora: «è un’assurdità pensare che la Chiesa debba liberarsi dei suoi beni e dei suoi immobili per darli ai poveri: anche per il Codice di diritto canonico, la Chiesa può possedere, gestire e amministrare i suoi beni per ottenere i suoi fini, che sono quelli dell’amministrazione del culto divino, del mantenimento del clero e delle opere di carità, con preferenza per i poveri. La stessa destinazione delle offerte dei fedeli può essere il mantenimento della Sede apostolica e il complesso delle sue attività, cosa sfuggita al promotore di giustizia, che ha confuso l’impiego dei beni con la loro amministrazione». Altro aspetto sottolineato da Panella: «è grave dire, come ha fatto la parte civile Segreteria di Stato, che grazie al cardinale Angelo Becciu ‘sono entrati i mercanti nel Tempio’. Invece in Segreteria di Stato c’è la prova che, con l’arrivo di Becciu come Sostituto, non c’è stato alcun cambiamento nelle strategie degli investimenti rispetto a prima, quando ugualmente si mettevano soldi in fondi internazionali».

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